Schwanengesang D744

Visto al Teatro Astra di Torino il 31 ottobre 2021

La scelta di un tema e di un titolo “classico” (in riferimento a moduli performativi consolidati) non è inusuale per le pièce di Romeo Castellucci. Quello che sorprende, è che anche la messa in scena di Schwanengesang D744 (“Il canto del cigno”) appaia inizialmente tradizionale. I Lieder di Schubert vengono eseguiti con maestria dal pianista Alain Franco e dalla soprano Kerstin Avemo. Tuttavia, il pianoforte si trova in penombra e la cantante è illuminata da un occhio di bue impietoso, in mezzo al buio di un palco interamente nero.

Nonostante l’esecuzione potente e, dal punto di vista tecnico, impeccabile, il desiderio di lasciarsi assuefare dal canto e dalla musica del pianoforte viene ripetutamente ostacolato e impedito dalla presenza di elementi conturbanti. Sottili e quasi irriconoscibili, toccano la sfera delle sensazioni più che quella della razionalità, e costituiscono le tracce dell’evoluzione della non-trama di questa pièce.

Segni minimi di disarmonia e disequilibrio permeano i gesti della cantante-attrice, che soffre il dolore che canta, ricomponendosi alla fine di ogni Lied per dare al pianista il cenno per cominciare il brano successivo. Questo meccanismo imperfetto si esacerba presto, cominciano le false partenze, mentre il dolore si fa troppo grande per essere nascosto ogni volta che la musica tace.

Ogni piccolo trauma porta l’attrice-cigno ad allontanarsi dall’occhio di bue. La sua voce riesce a colmare il teatro anche dal buio dello spazio-morte teatrale, finché la morte scenica non si volge in un’accusa violenta, che chiama in causa lo spettatore senza diritto a difesa o testimoni. Allo spettatore vengono lasciati l’eredità e il fardello di un profondo turbamento, o di un’anti-catarsi.

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